La Pala di Castelfranco. Nulla è solo come sembra

La “Pala di Castelfranco” viene commissionata a Giorgione da Tuzio Costanzo per l’altare della cappella di famiglia acquisita all’interno del Duomo. La scomparsa del figlio Matteo, occorsa nella primavera del 1499, nel corso di una campagna militare, diviene poi anche l’occasione per ricordare una morte improvvisa e prematura, che costringerà Giorgione a delle modifiche, come quella di sostituire il primo basamento con un sarcofago in porfido. Certo la Pala è anche questo. Ma forse il suo significato va oltre quello, pur naturale, della memoria e della devozione.


Secondo gli studi di Danila Dal Pos, curatrice della mostra, l’obiettivo di Tuzio Costanzo nel commissionare questa pala era anche quello di rassicurare Venezia sulla sua volontà di stabilirsi definitivamente a Castelfranco, rinunciando così alle richieste inviate alla Serenissima di poter ritornare a Cipro a godere – in qualità di figlio del vicerè – dei suoi cospicui beni.
Quella di Castelfranco e’ una pala destinata alla devozione privata, quindi non c’e’ la necessità di ambientare i personaggi in uno spazio monumentale, Giorgione li colloca in un’area esterna, un terrazzo pavimentato a scacchiera che si apre sul paesaggio, dal quale è però necessario separarli con una quinta di velluto rosso per conferire alla scena la solennità necessaria ad una celebrazione, quella appunto del casato dei Costanzo.
S. Nicasio, qui in armi, appartenente come i Costanzo a un’antica famiglia che vantava di aver fornito cavalieri alla corte dei re normanni, esibisce l’antica nobiltà e le glorie militari dei Costanzo, così come ricorda le importanti cariche avute all’interno del prestigioso Ordine Gerosolimitano da alcuni suoi membri; i due santi – S. Nicasio e S. Francesco – venerati insieme solo in Sicilia, richiamano l’origine siciliana del casato, mentre il sarcofago in porfido -che contraddistingue la sepoltura dei sovrani svevi e normanni- allude al titolo regale conseguito da Muzio, padre di Tuzio.
E dopo aver celebrato l’antica nobiltà, il valore, le glorie militari e gli importanti incarichi conseguiti, oltre la cortina di tessuto si apre lo splendido paesaggio che richiama i luoghi tra Castelfranco e Asolo dove il committente si e’ inserito acquistando case e terreni e tessendo proficue relazioni che hanno consentito ai figli di stringere legami di parentela con le migliori famiglie del patriziato veneziano.
Lo spiegamento di tessuti preziosi dal forte impatto cromatico, autentici “status symbol” dell’epoca -dal velluto liscio di seta cremisi che fa da sfondo ai due Santi, alla fascia di velluto verde a due corpi con il disegno ” a inferiata “, dal raso del vestito e del manto della Madonna, fino al broccato del telo sullo schienale del trono, prodotti della più importante manifattura veneziana di fine ‘400- esibisce infine la ricchezza e l’importante stato sociale di Tuzio che non ha più motivazioni per tornare a Cipro.
Ma se questa e’ la trama che Tuzio incarica Giorgione di intrecciare, il dipinto racconta – afferma Danila Dal Pos – anche un’altra trama di meno facile interpretazione. I due santi sono collocati nello spazio pavimentato dove si trovano anche il sarcofago e il parallelepipedo sul quale e’ appoggiato il trono della Madonna, si tratta di uno spazio spoglio ma dove ogni volume – il parallelepipedo e il sarcofago – è rifinito da cornici che ne rivelano la natura lapidea e lo ingentiliscono. Diverso è il trono della Madonna che risulta un blocco di pietra squadrato che -unico elemento- parla un’altra lingua rispetto al resto della scena.
Se osserviamo con attenzione il punto di appoggio dei pali che sorreggono le due tende di velluto, notiamo che risultano agganciati alla parte anteriore del basamento chiaro, per cui il trono e’ alloggiato nello spazio esterno, oltre la parete di tessuto: appartiene al paesaggio, e Giorgione lo esibisce in tutta la sua diversità rispetto agli altri elementi dello spazio più interno. E il trono e’ visibile nell’ambiente dove si trovano i due santi, solo per la sua sorprendente altezza che gli consente di affacciarsi sulla scena dall’alto. Anche l’immagine femminile è dunque una figura di quel paesaggio: gli abiti e il fazzoletto -visibile nella radiografia dell’opera- lasciano presumere che andrebbe intesa in un’altra chiave di lettura. Si ha la sensazione di trovarci di fronte ad una rappresentazione -lo stesso trono sembra avere l’essenzialità di un elemento scenico- quella di una sacra conversazione dove la figura femminile chiamata a recitare il ruolo di Maria, viene avvolta da un drappo provvisorio che simula un mantello senza nasconderne la finzione, tanto che da un lato, per la sua abbondanza, si ripiega più volte su se stesso, mentre dall’altro sembra lasciato avvolto attorno al consueto sostegno cilindrico che solitamente si usa per arrotolare un tessuto.
Ci troviamo di fronte ad una rappresentazione di cui – come per “La tempesta“- continua a sfuggirci il significato allegorico.